TUTTO PER BENE
Alchimie interpretative di Maurizio
(V.I.T.R.I.O.L.)

 

Il protagonista di ‘Tutto per bene’ improvvisamente diviene cosciente di un nuovo punto di vista da cui guardare la sua storia, doloroso, chiarificatore e liberatorio al tempo stesso. Come accade anche per la cavia umana del film “The Truman Show”, egli vive fino a quel momento di bruciante presa di coscienza una vita inconsapevole, fittizia, in cui gli altri hanno costruito su di lui un personaggio a loro uso e consumo, privo di realtà intrinseca ma reale per l’opinione comune, tanto da essere per tutti indubitabile. L’etica del compromesso è così radicata nella società descritta dalla commedia che sembra normale e naturale che il marito, Martino Lori, sappia del tradimento della moglie e del suo ‘migliore’ amico, e che accetti in cambio i favori di quest’ultimo, uomo ed esponente politico di successo. Martino, secondo l’opinione di tutti, fa mostra di affetto per una figlia che in realtà non è sua, fingendo la paternità sempre allo scopo di preservare una situazione di comodo, socialmente accettabile, in grado di garantire le apparenze formali, il ‘tutto per bene’. Anzi il suo, peraltro reale e profondo, affetto paterno risulta incomprensibile, eccessivo, persino riprovevole per chi è convinto che lui – in verità inconsapevole di come stanno le cose – sia a conoscenza di tutto: il suo comportamento sembra un’indebita intromissione in una situazione non sua, una recita troppo ostentata e non necessaria, avente il solo scopo di continuare a godere di benefici anche in assenza della figlia, a quel punto sposata e distante. Dalla casuale e folgorante presa di coscienza di Martino, dalla sua ‘apertura degli occhi’, ne derivano in realtà molte altre, a catena: quella della stessa figlia Palma nei suoi confronti, del marito di lei e dell’’amico’ Salvo Manfroni. Anche quest’ultimo viene travolto dalla dilagante onda di chiarezza: diviene nota ed evidente la sua scorrettezza a danno del defunto padre della moglie di Martino, cui ha rubato il merito di una scoperta scientifica allo scopo di acquisire notorietà e prestigio. Quale, soprattutto, può dirsi illusione? E’ davvero quella di Martino che, in fondo, ha creduto alla sostanza autentica delle cose, cioè all’amore vero della moglie, che a lui – prima di morire - era tornata (consapevole di essersi resa complice e vittima di un raggiro, anche lei illusa), oppure è quella di Salvo Manfroni che pensava di aver ampiamente pagato un marito consapevole? E Palma, che aveva un’immagine distorta sia del padre putativo, Martino, che di quello vero, Manfroni, non era un’illusa? Forse, nonostante tutto, Martino Lori con la sua rettitudine, è l’unico ad aver sempre avuto una visione reale: anche Palma, aperti gli occhi, tornerà in qualche modo ad essere la figlia che lui credeva che fosse, una figlia non formale ma sostanziale e, quindi, tanto più vera.

 

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Il titolo della commedia (e dell’omonima novella) già indica, di per sé, uno dei principali filoni pirandelliani: quello che descrive il divario fra la realtà apparente, mostrata agli altri o anche sinceramente creduta da noi stessi, e la realtà cui si accede semplicemente andando un poco più a fondo, al di sotto della ‘maschera’ consueta delle cose. Pirandello, in sostanza, non smette mai di asserire che questo salto di livello, questo approfondimento della qualità della percezione, bisogna farlo, renderlo attuale anche se può essere doloroso a causa del crollo delle nostre illusioni. In ciò non è difficile intravvedere l’affinità del grande drammaturgo con le correnti rivoluzionarie del suo tempo, quali la psicanalisi, le arti non più orientate in senso naturalistico, le scienze matematiche e fisiche indicanti nella relatività e nell’indeterminazione i nuovi filoni della ricerca. Aggiungerei che Pirandello nel suo slancio autoconoscitivo è anche in sintonia con molti indirizzi spirituali: soprattutto quelli che mirano alla sostanza più che alla forma, alla sperimentazione più che al dogma.

 

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Il buddhismo fonda per definizione sul ‘risveglio’, detto anche - nel contesto di questa corrente filosofico-religiosa - ’apertura degli occhi’. Può accostarsi il ‘risveglio’ di Martino Lori a quello del Buddha? Le analogie ci sono perché – che sia il risveglio piccolo o grande, dal respiro individuale oppure più universale e totalizzante - l’atto di rendersi cosciente oltre le illusioni e le apparenze formali è comunque una vittoria sull’oscurità fondamentale della vita, l’ignoranza. E’ presente, inoltre, nella storia di Martino anche la ricerca - che in chiave buddhista si identifica con bodhicitta (il ‘pensiero dell’Illuminazione’) - il desiderio quasi affannoso di capire, di sapere: egli avverte confusamente che qualcosa non va, non torna, che il comportamento che gli altri hanno verso di lui è per certi versi incomprensibile. Inconsciamente Martino sa che la sua rappresentazione del mondo non è corretta. Per questo cerca a più riprese di colloquiare con la figlia, con il genero, con Salvo Manfroni, ma ogni volta girando intorno al problema, rimanendo sempre inappagato. Allo stesso modo il Principe Siddharta, prigioniero nella reggia del padre di una realtà fittizia, incontrando - apparentemente per caso - la sofferenza, la malattia, la vecchiaia, la morte, comincia ad intuire che qualcosa non collima con quanto egli conosce delle cose. Anche lui cercherà di sapere, di capire, di dialogare, ma ogni volta le spiegazioni altrui lo lasceranno insoddisfatto: alla fine il problema si rivelerà essere soltanto in lui stesso, nel suo punto di vista, mutato il quale da uomo soggetto all’illusione egli diverrà il Buddha. Non sembri esagerato l’accostamento fra il ‘comune mortale’ Martino Lori, con la sua storia tragica ma anche ‘normale’, e il mitico Principe Risvegliato, Shakyamuni. Come insegna il buddhismo stesso, il “Vero Buddha” non è altri che il “comune mortale”, intendendo con ciò che ognuno di noi, proprio nella sua quotidianità, nella sua vita così com’è, nelle cose piccole, vicine e ordinarie, ha la possibilità di attuare e di rendere concreto il processo dell’Illuminazione.

 

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Nella nostra ‘alchimia interpretativa’ tentiamo ora di utilizzare la Gematrìa come ulteriore ‘reagente’ o ‘acqua corrosiva’ dell’aspetto ‘letterale’ della commedia. Utilizzando il sistema gematrico associato all’alfabeto ‘moderno’ in caratteri latini (quello in cui scrive Pirandello!) abbiamo che Martino (40+1+90+200+9+50+60) Lori (30+60+90+9) dà il valore di 639. Riducendo (6+3+9) otteniamo 18. Nel del Libro di Toth - fondamento della tradizione numerologica - l’Arcano XVIII, chiamato “La Luna”, ha proprio il significato di illusione, di doloroso cammino nell’oscurità, dalla quale si cerca la via d’uscita. Il numero 18 ridotto ulteriormente (1+8) dà 9. L’Arcano IX , “L’Eremita”, rappresenta il ricercatore interiore, l’Iniziato ad una diversa percezione della realtà. Vediamo quindi confermate le principali caratteristiche del personaggio Martino Lori già espresse: l’illusione e il risveglio. Per venire al suo ‘falso amico’, otteniamo dal nome Salvo (100+1+30+400+60) Manfroni (40+1+50+6+90+60+50+9) il numero 897 che, nella logica del Libro di Toth, equivale a 15. L’Arcano XV, “Il Diavolo”, rappresenta proprio l’Avversario, il Demone interno che, in sostanza,  è l’Ego negativo, l’oscurità interiore, il senso di separatività, l’ignoranza della nostra vera natura. Vediamo anche qui confermate in pieno le caratteristiche di questo personaggio di Pirandello. Una ulteriore curiosità: riducendo ulteriormente il numero 15 (1+5) abbiamo 6. L’Arcano VI è quello dell’”Innamorato”, detto anche “Gli Amanti”; in quest’ultima accezione – naturalmente al ‘negativo’ – vediamo proprio l’antefatto di tutta la commedia e l’emblema del comportamento scorretto di Manfroni: l’utilizzo dell’impulso affettivo, della fiducia e della complicità per fini personali.

 

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Un’ultima osservazione: l’espressione “tutto per bene” nel significato palese, quello conferito ad essa da Pirandello, contiene tutta l’amarezza dell’autore e quella del suo personaggio Martino Lori rispetto alle ipocrisie sociali, al ‘perbenismo’ dilagante e conformista. Tuttavia c’è un senso più nascosto e profondo, probabilmente non inteso consapevolmente dall’autore, ma importante; come tutte le cose che stanno in profondità non è ‘negativo’, bensì positivo e improntato alla speranza: ‘tutto per bene’ in quanto ogni esperienza risulta formativa, non è mai priva di significato, e serve alla crescita della coscienza individuale. Come suggerisce anche Palma, la figlia ‘ritrovata’, ogni cosa s’aggiusterà e Martino recupererà la stima e l’affetto di tutti, al di là dell’immagine stereotipa costruitagli addosso; non per motivi ‘perbenistici’, ma perché tutti percepiranno il sincero affetto con cui lei lo circonderà e lo sosterrà d’ora in poi. Simbolicamente troviamo in ciò un rinnovato contatto con l’Anima, rappresentata dal personaggio femminile. Per giocare ancora con la Gematria ricaviamo che Palma (70+1+30+40+1) è uguale a 142, cioè al numero 7 che allude tradizionalmente alla Vittoria dello Spirito sulle circostanze, come confermato dall’Arcano VII del Libro di Toth, “Il Vincitore sul Carro”. E’ interessante notare che anche se aggiungiamo al nome Palma il cognome del ‘padre’, Lori (30+60+90+9), il risultato non cambia valore: 142 + 189 = 331 = 7. La ‘palma’ stessa, inoltre, allude alla Vittoria. Facciamo infine l’analisi numerica di ‘tutto’ (200+300+200+200+60) ‘per’ (70+5+90) ‘bene’ (2+5+50+5): il risultato è 1187, cioè (1+1+8+7) 17. L’Arcano XVII, “Le Stelle”, indica proprio il significato che abbiamo precedentemente rintracciato: c’è una Legge superiore, un tracciato celeste che guida i nostri destini e che trasforma ogni esperienza in coscienza acquisita, in evoluzione. ‘Tutto per bene’…



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